IL COLLOQUIO DI LAVORO - PARTE 2


In un romanzo di formazione contemporaneo il colloquio di lavoro rappresenta il mostro da distruggere, l'avventura epica su cui misurare il valore dell'eroe... il curriculum come una nuova Argo e il contratto una nuova Itaca. Ecco la seconda parte del frammento di "Ai margini della curva di Gauss" di Ermanno Andrea Rosa.

IL COLLOQUIO DI LAVORO - PARTE 2

Il selezionatore è un uomo in giacca e cravatta, prezzolato, dai lineamenti del viso quadrati, né giovane, né vecchio. Mi chiede se so già di che lavoro si tratti. Gli rispondo di no. Mi dice che si tratta di vendere dei prodotti porta a porta e che si richiede al lavoratore di aprire una partita iva. Il salesman door-to-door come lo chiama lui.
«Lei ha l’auto ovviamente?»
«Sì» mento.
«Per questo lavoro servono intraprendenza, risolutezza e ostinazione.
Sa, si prendono molti schiaffoni».
«Davvero?»
«Sì, non sa quanti ne ho presi io» dice pavoneggiandosi.
Chiedo se sono previsti rimborsi spese e se l’azienda mette a disposizione dei mezzi, che so, un cellulare per esempio. Mi dice di
no, ma in compenso mi dice che c’è da fare in primavera un corso di formazione in sede centrale per imparare il mestiere. Vedendo la mia esitazione dice: «Io lo so come siete voi giovani. Lei avrà capito
che non potrà fare le belle vacanze come quando andava a scuola.
Arriva luglio, il mare, la ragazza, la goccia di sudore, il Mojito, la sigaretta. Vi rilassate e perdete la voglia di lanciarvi. Ai miei tempi ascoltavo una canzone che diceva Luglio ci porterà fortuna, poi non ti ho vista
più». Si mette a canticchiare il ritornello della canzone gesticolando con un braccio, scuotendo la testa e sorridendo pacioso. Sorrido anch’io per la sorpresa, ma non appena torniamo seri gli esprimo i miei dubbi in materia. Sei mesi di lavoro retribuito con le sole provvigioni, girando dalle otto alle dieci ore al giorno con un’auto che non ho, con l’onere di aprire una partita Iva parecchio costosa e aggiungendo infine i corsi di formazione a Milano - come se non avessi frequentato già abbastanza ore e ore di lezioni per venti anni -, il tutto mi sembra, gli dico, un po’ eccessivo.

Insomma, per me il gioco non vale la candela. «Eccessivo?» mi risponde perplesso e continua «Io non capisco perché voi giovani non siete aggressivi sul mercato del lavoro! Lei deve fare la gavetta, vedrà che dopo mesi comincerà a guadagnare. La nostra azienda tiene d’occhio i suoi talenti e se lei si dimostrerà all’altezza potrà pure fare carriera e arrivare proprio qua, alla sede centrale».
Allora ecco, in una visione, mi vedo proiettato avanti negli anni, vestito di tutto punto, seduto a una delle scrivanie più alte, in uno degli uffici più alti, dei piani più alti del magnifico palazzo della fiorente Rex&Flex. Sono davanti a un tablet a coordinare gli spostamenti dei nuovi salesmen door-to-door. Un po’ come quando giocavo con il game boy, con la differenza che al posto di allevare Pokemon, devo sondare, invece, la crescita dei nuovi energici rampolli che un domani cercheranno di spodestare il mio fondo schiena dalla scrivania più alta della Rex&Flex. Successivamente vado a un briefing a istruire e spronare i neo assunti, raccontando loro la solita vecchia storia del “mi sono fatto da solo”.

Io e il mio selezionatore siamo diventati nel frattempo ottimi amici e ogni volta che arriva la bella stagione andiamo ora in Versilia, ora a Rimini, a far baldoria per discoteche, bevendo Cuba Libre, e cantando a squarciagola, abbracciati sui litorali, le canzoni di Riccardo del Turco.

«Ci penserò» mi limito a rispondere. Il selezionatore mi stringe la mano. «Lei non deve pensare a nulla, saremo noi a contattarla». Seduto nell’angolo del treno guardo il sole che ha cominciato a immergersi nell’orizzonte. So già che non mi richiameranno. Mi chiedo se sia stata una giornata sprecata. Mi chiedo a che ora arriverò a casa. Penso a come farò a sostenere le spese dell’appartamento e dell’università fino a fine luglio. Ho come il vago sospetto che questa estate finirò a lavorare di nuovo nei campi con Said. Ammesso che Said sia ancora là. Penso che se un giorno avrò la possibilità, andrò a Londra a mangiare il kebab di suo fratello. Penso al grande mito della mia generazione: vai all’estero che là tutto va bene. Penso ai famigerati salotti dove ci si bea di non saper nulla di matematica.

Mi chiedo quanto fosse stato pagato l’headhunter che aveva tenuto il seminario, e se avesse o meno studiato la matematica. Non ho mai aggiustato il mio profilo di Facebook, né ho mai badato con attenzione al mio codice di abbigliamento. Penso a una discussione avuta con Cristina sull’uso del congiuntivo nelle subordinate di primo
grado. Penso a quella stronza che ha mollato il suo ragazzo per un congiuntivo. Suppongo che l’headhunter sia andato a consolare la sua amica, ostentandole la padronanza dei congiuntivi, e se la sia portata a letto.

«Voglio che tu mi dica le porcate, voglio che tu mi dica le porcate.»
«Maiala. Zozzona. Bagascia.»
«Che tu possa usare il congiuntivo.»
«Se potrei... No, volevo dire...»
«Noooooooo!»

Chissà, forse parlando con Cristina mi è capitato di fare alcuni errori di grammatica. E poi mi ritrovo ancora a pensare ai cacciatori di teste e ai cervelli in fuga. Ai manager in carriera e ai manovali in corriera. Ai geni del marketing e ai prodotti dell’ignoranza.


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