IL COLLOQUIO DI LAVORO - PARTE I (di Ermanno Andrea Rosa)



Ermanno Andrea Rosa: Seguendo al contrario le orme di Virgilio, da Roma caput mundi fui catapultato in tenera età tra gli acquitrini della provincia di Mantova. Nella mia infanzia cercavo di guardare oltre la siepe, come Leopardi, cercando il mare, ma in realtà vedevo solo nebbia. Mentre frequentavo il Liceo Scientifico, me ne stavo rinchiuso in una botte alla maniera di Diogene, non cercando l'uomo, ma spiando le ragazze attraverso la spina. Durante gli anni universitari, influenzato dalla lifestyle di Bukowski e dalla weltanschauung di Dostoevskij, presi in seria considerazione l'idea di fare lo scrittore.






Ndr: Il seguente brano è tratto dal libro "Ai margini della curva di Gauss" di cui si allegano in fondo copertina e quarta. Il seguito del brano verrà pubblicato su Abulafia giovedì prossimo...ma nel frattempo sono certa che in tanti sentiranno come me l'esigenza fisica di leggere il romanzo per intero...(Elisabetta)

IL COLLOQUIO DI LAVORO -PARTE 1

«Cercare il lavoro è come cercare la ragazza», disse l' headhunter, mentre con un telecomando faceva scorrere sulla lavagna elettronica le diapositive della presentazione power point del seminario intitolato I criteri di selezione delle grandi aziende. «Se nella ricerca del lavoro fate quello che siete soliti fare per conquistare una ragazza, siete già all'ottanta percento sulla buona strada» concluse tra l’ilarità dei giovani presenti, senza nascondere un moto di autocompiacimento per la propria battuta. 
‘Sono nella merda’, scrissi sul foglio degli appunti. Cristina, seduta al mio fianco, sbirciò le mie annotazioni. Mi guardò con aria interrogativa. «Non sono mai stato fidanzato» le sussurrai a bassa voce. Appoggiò il palmo della mano contro la mia spalla, dandomi una leggere spinta, come a dire “Non ti credo”. «Ho solo avuto brevi relazioni che mi sembra ridicolo definire fidanzamenti» replicai.


A questo penso mentre, seduto nell'angolo di un sedile del treno, guardo il sole sorgere sulle aziende e sulle fabbriche di un paese a me ignoto. Controllo l’orologio. Manca circa un’ora e finalmente sarò arrivato a Milano, dove, dopo aver inviato online il curriculum alla Rex&Flex su suggerimento di Sam, ho ottenuto un colloquio di lavoro. Gli appunti del seminario sono finiti in uno scatolone sigillato da metri di nastro adesivo, a sua volta nascosto in un angolo di un solaio. Così avevo tentato di obliare la mia relazione con Cristina. Ammassando tutto in una scatola e nascondendola in un anfratto oscuro e polveroso. Non le avevo mentito. Prima di lei avevo avuto semplici rapporti occasionali. Inoltre non l’avevo cercata, non mi ero dato da fare per trovarla. Era, come dire, accaduta. L’avevo conosciuta alla fine di una lezione agli inizi dell’autunno e, in un pomeriggio di pioggia, mi era capitata tra le braccia.

Gli appunti. Non avendoli a disposizione tento di ricordare i saggi ammonimenti dell' headhunter: «I curricula dei giovani laureati sono tutti uguali per i selezionatori, la differenza la fa il colloquio. I selezionatori giovani sono intransigenti perché hanno paura di sbagliare e sono poco alla mano. Quelli anziani invece sono più disponibili e cordiali, ma intuiscono subito se state mentendo. Sicuramente controlleranno il vostro profilo di Facebook, quindi occhio alla vostra web reputation, niente foto borderline o volgarità. Attenzione anche al vostro dresscode, siate eleganti ma sobri. Non accennate mai alla retribuzione, altrimenti darete l’idea di essere attaccati al denaro. Curate il vostro curriculum in ogni minimo dettaglio e attenti a non sbagliare di una virgola l’italiano. La lingua è importante, una mia amica lasciò il fidanzato perché aveva sbagliato un congiuntivo. Disse che tutta l’attrazione che provava per lui si fosse dissolta in un attimo». Le sue ultime parole avevano destato di nuovo il sorriso degli studenti intono a me, pronti a scrivere un curriculum per diventare un po’ tutti uguali. Cristina sembrava approvare senza riserve la decisione dell’amica dell’headhunter.

Quando mancano circa trenta chilometri per arrivare alla stazione di Milano, sale a una fermata un giovane con capelli ricci neri, la carnagione olivastra e un paio di occhiali senza montatura. Si siede di fronte a me e dopo avermi osservato attentamente comincia a parlarmi per il puro piacere d’intrattenere una conversazione. Quando gli comunico che mi sto recando a Milano in cerca di lavoro, ne approfitta per offrirmi una serie d’indolenti sentenze sul paese: la politica va a rotoli, dappertutto si ruba e i giovani non hanno un futuro. A detta sua questo ultimo punto è dovuto al fatto che la mentalità della classe media è alquanto retrograda, tanto che nei salotti dei ceti più abbienti si riscuote particolare successo pronunciando frasi del tipo: «Io di matematica non ci capisco nulla». A detta sua la cultura scientifica è fondamentale e il fatto che in Italia sia ignorata è un male. In definitiva, a suo parere, l’Italia è un paese vetusto, affetto da necrosi, che si regge malamente sui versi di poeti disfattisti e sulle vestigia delle basiliche medievali o rinascimentali, simulacri di un passato che è ormai, per l’appunto, passato. Completati gli studi, mi dice, se ne andrà nel nord Europa. Là, secondo lui, ogni cosa funziona. Là va tutto bene.

Scende due fermate prima della mia, senza che ho l’opportunità di replicargli. Said, penso, non sarebbe stato molto d’accordo. Said l’ho conosciuto l’estate scorsa. Due mesi prima ero riuscito a prendere nel giro di un solo giorno tre multe a causa dell’alta velocità, con l’auto intestata a mio padre. In realtà una la prese la sua compagna. Cosicché, arrivato agosto, al posto di sganciarmi qualche banconota da cento per andare in vacanza, il mio vecchio mi spedì nell’azienda agricola che gestiva suo fratello, a raccogliere pomodori e insalata, insieme a un gruppo d’immigrati pagati a cottimo. Strinsi quindi amicizia con questo Said che era un gran ciarlone. Mi raccontò che aveva un fratello a Londra, il quale viveva in un appartamento con trenta persone e vendeva kebab. Un suo cugino lavorava a Innsbruck, faceva il tassista e aveva sposato una tedesca che non sapeva cucinare. «Mio cugino torna a casa la sera stanco» mi raccontava con la sua cadenza araba «Dice alla moglie, dove è cena? Lei allora cucina pasta con patate per farlo contento. Però anche lui sa cucinare pasta con patate. Cazzo si è sposato a fare? Per mangiare pasta con patate?». Said mi disse anche che per ora sarebbe rimasto in Italia, ma che prima o poi se ne sarebbe andato pure lui, anche se gli dispiaceva.
«Perché ti dispiace andartene?» gli ho domandato un giorno mentre, sotto la canicola, spostavamo grossi e pesanti cesti d’insalata.
«Perché in Italia c’è la vita» mi ha risposto.

Scendo alla stazione. Vado a bermi un caffè e poi mi dirigo con passo veloce alla sede della ditta, un palazzo grigio e anonimo che sorge di fronte a una strada trafficata. Seduto in una sala d’attesa, più simile al pronto soccorso di un ospedale, alcuni inservienti consegnano a me e a un’altra trentina di persone, un po’ tutte uguali a causa dei loro curriculum, un modello prestampato. È un altro curriculum, dove devo inserire oltre ai miei dati anagrafici, quelli dei miei familiari. Quelli dei miei non li scrivo, non vedendone il motivo. Mi chiedo a che pro compilarlo se ne ho già spedito uno. Di tanto in tanto un inserviente chiama qualche candidato che ha già compilato il modulo, per iniziare il colloquio. Attendo con impazienza il mio turno. 

Vado in bagno per darmi una sistemata. Guardandomi allo specchio noto che mi si vedono le occhiaie e come la mia pelle sia piuttosto tesa. Sono andato a letto tardi dopo essermi visto un film con Mara e essermi scolato due birre. Questa mattina per arrivare in orario a Milano mi sono alzato alle cinque mezza. Avrò dormito sì e no tre ore. Noto che sotto il naso mi è comparso un brufolo. Questo odioso brufolo mi compare sempre a intervalli regolari, quasi a ricordarmi che non sono del tutto adulto, un uomo a metà insomma. Lo schiaccio. Poi mi sciacquo il volto e mi sistemo i capelli. Arriva il mio turno.





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