SONO MARINA E ORA LO SO (di Marina Leuzzi)
Sono laureata in lettere classiche, da vent'anni mi occupo di canto e danza popolare salentina, ho fatto parte di varie compagnie e ho viaggiato in Italia e nei paesi del Mediterraneo. Appassionata di culture e alterità ho fatto un corso sulla mediazione interculturale e collaborato con associazioni che si occupano di migranti. Ho due bambini piccoli e sogno di tornare a praticare yoga.
SONO MARINA E ORA LO SO
Sono Marina e ora lo so, sono una sibling. Avevo otto anni
quando nacque il fratello minore che desideravo, ma nessuno sembrava felice. Mia
madre mi prese la mano per parlarmi “seriamente” e scoppiò a piangere come non
fece mai più. Tutti avevano atteggiamenti circospetti e facevano commenti
increduli del tipo: “Mah… a mie me pare nu bombinieddhru”. Il neonato aveva
rischiato di soffocare con due giri di cordone ombelicale intorno al collo e
mentre lei lo raccontava, nel silenzio che seguì, sentì la vibrazione di un
pensiero orribile. La mappatura cromosomica mise nero su bianco che aveva un
cromosoma in più. Mio padre comprò un grosso libro con la copertina nera dal
titolo “Sindrome di Down”. Credo non l’abbia mai letto. Mia madre divenne una combattente,
il suo nemico era chiunque si frapponesse ai suoi progetti per quel bambino. Sembravamo
la famiglia del mulino Bianco: una casa in campagna, una coppia di bambini belli
e vivaci e un altro figlio, quello sbagliato. Nel clima da materialismo positivista
della fine degli anni ottanta, in casa di mia nonna sopravvivevano riti magici
e usanze millenarie. Aveva la fanta in
frigo -la usava per allungare il vino malvasia- e la gallina appesa per le
zampe in giardino, in attesa di fare brodo. Così quando i miei portarono il neonato
al Bambin Gesù di Roma, lei, novella Pizia, consultò La chiave de San Pietru.
Era una sorta di oracolo cristiano della religiosità popolare, una Bibbia
consacrata con una chiave che ruotava tra le pagine, in un senso o nell’altro,
per prevedere in bene o in male il futuro dell’orante. Naturalmente il rito disse
che tutto sarebbe andato bene. Dall’altra parte, mia nonna paterna non aveva
mai perdonato a mia madre quella bellezza distratta, senza sforzo, e quel secco
rifiuto di lasciare il lavoro dopo che suo figlio si era sistemato. Era una
ricamatrice pluripremiata su Mani di Fata
e Rakam, fornaia, cuoca, contadina; uccideva
un coniglio, lo cucinava e ne conciava la pelle per farmi una pelliccetta. Si convinse
di aver avuto un ruolo attivo in quel concepimento imperfetto e in pochi mesi cadde
in uno stato di mutismo e rifiuto del cibo. Ossessionata da visioni e fantasmi,
un giorno mia zia la trascinò via che passeggiava sul parapetto del terrazzo,
in camicia da notte.
Iniziarono le elementari e un medico sparò: “Perché
signora si ostina a insegnargli a scrivere? A cosa gli servirà?” Ma Salvatore,
Salvi per gli amici, vivace, caparbio, ribelle, imparò a scrivere, a leggere, anche
se amava più i numeri. Andava a
pallavolo e a pianoforte. Mi svegliava suonando la sigla di ‘Braccio di ferro’ a
tutto volume con la tastiera. Io inventavo espedienti. Staccare la corrente e
simulare un black out ogni volta che non voleva spegnere la tv e dovevo
portarlo a scuola. Fargli vedere come trasformarsi in Babbo Natale con una
barba di schiuma di sapone per convincerlo a lavarsi il viso. Aveva voglia di autonomia
e usciva di casa mentre eri nella doccia, o sgattaiolava dalla cantina,
lasciando il portone socchiuso per non fare rumore. Il primo posto dove andare
a cercarlo era la sala giochi dove si ritrovavano i suoi coetanei; se tra gli
scooter vedevi una moto giocattolo a batteria, era lì. Altrimenti ti toccava
fare il giro di amici e parenti. Ho sempre immaginato che certi comportamenti alle
superiori non fossero che reazioni al modo in cui la disabilità è percepita.
Nessuno poteva o voleva mettere in dubbio che il problema non fosse lui. Un
altro medico dell’ASL disse che forse era il caso di ritirarlo. Fu sufficiente
cambiare classe e improvvisamente ce lo ritrovammo a partecipare alle cene dei
compagni e ai 100 giorni agli esami. Nel frattempo la battaglia di mia madre
era finita. Un tumore le aveva consumato la vita e l’aveva strappata a quel ruolo
onnisciente che poteva ribaltare il parere di un medico.
A cena o durante una serata tra amici di amici mentre ero
rilassata, lontano da casa, qualcuno sbottava “ma quello è un mongoloide!!!” oppure
“ma che mongolo che sei..”: laureato in Scienze Politiche, hostess, addirittura un'insegnante con abilitazione al
sostegno. Cercavo delle giustificazioni per capire come fosse possibile, ma non
ne trovavo. Erano mille aghi tra le spalle e la nuca, restavo senza respiro per
alcuni secondi a volte senza neppure reagire, blindandomi nella mia sfera. Terminata
la scuola, per lui fu il tempo del vuoto. Le cose che faceva prima non gli
interessavano più, mia madre non c’era e i suoi compagni avevano preso la strada
della loro vita, qualunque essa fosse. Il cervello di un ragazzo down invecchia
precocemente e va incontro a disturbi depressivi, alimentari, d’ansia, a lui
diagnosticarono un disturbo bipolare.
“Un giorno ti porterò in un posto
bellissimo, dove incontrerai tanti amici” gli dissi. Stavo bluffando, non era
una promessa in mio potere. Niente di più raro e prezioso per uno come lui.
D’estate i suoi occhi sono diventati
sfuggenti, insensibili alla forza del mio sguardo che voleva penetrare il muro nichilista
della bulimia, dell’ansia e della rabbia. Era difficile ragionare,
contrariarlo, potevi rischiare l’incolumità per aver nascosto un vassoietto di paste
alla crema. La sua fame era un abisso scavato dal vuoto di prospettive e di sogni.
Era difficile anche sentirmi dire da alcuni amici non era una mia
responsabilità, che dovevo andare via, salvarmi.
Lui negli anni aveva già salvato me
dalle persone sbagliate, senza di lui non ci saremmo salvati. Ho cercato e ho
trovato quel posto bellissimo. Qualcosa mi ha ascoltato, ha mantenuto la mia promessa,
che si è materializzata nelle nostre vite con il nome di AIPD (Associazione
italiana persone down) di Nardò. Mi colpirono le educatrici: non avevano un
perenne e immotivato sorriso sulla faccia, né quella tenerezza strana e
gratuita. Fino a quel momento negli occhi degli altri avevo visto tutto: lo
schifo, la diffidenza, la paura, la pietà. Per una volta non ho visto niente.
Attualmente
Salvi frequenta tutti i giorni il centro diurno destinato ai suoi coetanei, fanno
basket, piscina, fanno la spesa, cucinano, riordinano, con un calendario di turni
che mi ricorda le case universitarie: la libertà. Cosa significa diventare
adulti se non avere le proprie relazioni non mediate da padri, fratelli o
sorelle, prendersi le responsabilità dei propri comportamenti, dare il meglio
di sé, per essere amati da chi ci piace e ci fa stare bene? Per loro è possibile
in ambienti protetti, ma deve essere possibile. È un bravo cestista e piace
alle ragazze, ma si schermisce. Un giorno è rientrato a casa con un’ustione di
secondo grado sul braccio, mentre scolava la pasta si è versato l’acqua bollente
addosso. A casa gli cambiavo la benda e aveva un’espressione trasognata e
l’autostima alle stelle. E io? Quando l’ho accompagnato lì la prima volta, sei anni fa, parlavo, parlavo, parlavo e mi guardavano e si
guardavano e ad un certo punto:” Sì, certo, è normale, sei una sibling!!!!". Evviva, mi hanno riconosciuta.



Sembra un pezzo di un libro, è scritto benissimo, si legge che ti viene da leggere e rileggere (anche se è contorto spero di aver reso l'idea con questo mio modo di esprimermi), questa frase è un capolavoro:
RispondiElimina"La sua fame era un abisso scavato dal vuoto di prospettive e di sogni."
la perfetta descrizione in sintesi della vita di una persona down finita la scuola, perchè è vero che, se pur tra mille difficoltà, la scuola, in un modo o nell'altro, occupa le giornate, "tiene compagnia"
Ed ho imparato anche una parola nuova, Sibling, che non conoscevo e sono andato a cercare.
E' stato troppo bello leggere questo post, scorrevole e al tempo stesso mentre leggevo pensavo: "vediamo mo che dice" e nel frattempo riflettevo sulla storia, non tutti riescono a scrivere così, alcuni scrivono scrivono e ti fanno perdere mentre leggi.
In questo Blog non fatevela scappare, spero di leggere ancora qualcosa scritto da lei.
Si Umberto...hai proprio ragione...non abbiamo proprio intenzione di lasciarci sfuggire una penna del genere! Marina è una persona splendida, solare e con una forte sensibilità...ovviamente tutto ciò viene rispecchiato dal suo modo di scrivere… Diciamo che me li scelgo bene gli Abulanti… ;)
RispondiEliminaIo l'ho conosciuto bene Salvi e per un bel pezzo ci siamo frequentati. Ho solo ricevuto da lui, mai dato. Ricevuto cose che non si trovano facilmente : amare gli altri. Grazie Marina ti abbraccio come abbraccio mamma dovunque essa sia.
RispondiEliminaMarina forse nn si ricorderà di me, siamo coetanee, abbiamo frequentato classi diverse sia alle elementari che alle medie, sinceramente non conoscevo la sua storia familiare, ma da quello che ho letto in questi righi ho rivisto la ragazza solare, allegra e e piena di vita di all 'incirca 30 anni fa. Sei una bella persona Marina, ciò che non ti si è mai spento è il sorriso, buona vita!
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