PERTURBAZIONI (di Lorenzo Antonazzo)


Lorenzo Antonazzo è nato e vive a Lecce. Quella del lettore è probabilmente l'unica vocazione di cui si senta all'altezza: traccia collegamenti tra i segni di un testo alla stregua degli uomini che guardando un mucchio di stelle vi videro delle costellazioni. Ritiene che il silenzio in biblioteca sia d'obbligo per ascoltare i libri che parlano fra loro

PERTURBAZIONI

Abbiamo deciso di vedere la partita insieme stasera, così ho promesso un passaggio al vecchio Andrew Alfieri, un amico di cui mi basta modificare un poco il nome per dargli nella mia testa l’aria di un malavitoso italoamericano. Ed in effetti eccolo lì, puntuale, a caracollare sul marciapiede come un Clemenza qualsiasi. (Lo ammetto, in questo periodo ho parecchio tempo libero)
Gli segnalo la mia presenza con un colpetto di clacson e accosto, non prima di aver diligentemente inserito la freccia, di modo che le auto che mi precedono possano accorgersi della mia manovra e secondo il buon senso tollerarla per i pochi istanti necessari a far accomodare Andrea, che peraltro da qualche giorno soffre di un fastidio a una caviglia che ne altera l’andatura in modo vistoso.
Invece, nemmeno il tempo di far lampeggiare per due volte la lucina verde che la corriera alle mie spalle comincia a suonare in modo isterico, sia pure col tono inconsueto di un chihuahua incarognito, costringendomi a rinviare l’imbarco del mio amico e farmi poco più avanti, dove tutti gli altri veicoli mi possono superare agevolmente.
Avrei potuto pensarci subito? Senza dubbio. Ma, perdio, quanta fretta può mai avere l’autista di una corriera vuota al suo ultimo giro per non concedere qualche secondo ad un esponente mezzo zoppo della mafia italoamericana? Quando l’autobus mi sfila accanto gli rivolgo un gesto piuttosto eloquente dandogli dell’idiota, in senso dostoevskijano, s’intende.
Forse il conducente non è un appassionato di letteratura russa oppure ho pensato l’epiteto talmente forte da superare le leggi della fisica, fatto sta che accade l’incredibile: il mezzo di trasporto urbano numero ventidue inchioda nel bel mezzo della strada e l’uomo che fino a poco fa lo guidava smonta e si dirige verso di me su tutte le furie.
 “A chi hai dato del coglione?” (In realtà, a nessuno…) “Tu a me coglione non me lo dici!” (Infatti, mai detto, gentile signore…) “Io i coglioni te li taglio e te li ficco in gola e ti affogo, hai capito?”
Vedo la rabbia balenare nei suoi occhi e mentre si allontana non posso fare a meno di notare come, sebbene abbia perso il controllo, non abbia ceduto all’uso del dialetto. Penso anche che magari con quest’espressione fiorita abbia voluto parafrasare il sergente Hartman di Kubrick. Ma simili amenità scivolano presto via, azzerate da una scarica di adrenalina.
Davvero questo qua vuole fare a gara a chi ha più motivi per essere fuori di testa? Davvero uno che uno ha straccio di lavoro cerca rogne con me, che ho tanto di quel tempo libero per fare stupidi giochetti mentali e vedere partite di squadre per cui neanche faccio il tifo? Davvero?
“Tu non stai bene…” attacco, meglio esplicitando il concetto di idiota. “Se anche ti avessi chiamato coglione, in che modo avresti potuto sentirmi? Eh, coglione?” Ma dall’altra parte cominciano a piovere inspiegabili minacce di morte a cui io riesco a malapena a ribattere. “Come ti permetti? Io ti denuncio! Statti attento che ti denuncio!” La mia voce trema. Di rabbia, ma trema. Nella sua furia c’è invece una certezza inquietante, come se non ci stessimo scontrando sul piano dialettico, ma su quello dell’azione. E io sto arrancando su entrambi, anche se, per la miseria, almeno sul primo proprio non dovrei.
A quanto sosterrà in seguito il cronista Alfieri, a salvarmi è un guizzo, che a dire il vero viene fuori d’istinto, mentre cerco il modo di surclassare il mio avversario. “Guarda cos’hai combinato” gli faccio, indicando la fila di auto che nel frattempo si è formata dietro il suo mezzo fermo. Piuttosto che inveire ancora contro di me, quello se ne va smadonnando mentre ci salutiamo con i vaffa di ordinanza.
Risalgo in macchina con l’adrenalina ancora in circolo e attendo il mio turno per rimettermi in carreggiata, in tutti i sensi. Il traffico riprende a scorrere sonnolento, nessuno di coloro che adesso mi sorpassano ha messo mano al clacson durante la piazzata col conducente.
Circa un’ora più tardi, il locale dove avevamo appuntamento con Luca ruggisce ai gol di Higuain e Dybala che raddrizzano una qualificazione che sembrava ormai compromessa. Io e Andrea ci siamo persi la famosa musichetta della Champions’ all’inizio della partita, ma Luca no, lui ci aspettava puntuale alle 20.45 con la Pepsi in mano e la pipì già fatta: tanto, il mercoledì per lui è sempre e comunque una sera d’attesa, ormai sono ventidue anni che aspetta di alzare questa benedetta coppa.
La pioggia intanto, sopraggiunta all’improvviso, frusta le vetrine quel tanto che basta a non far inzuppare tre tifosi privi di ombrello quando facciamo ritorno verso le auto. La serata è fresca e limpida, nulla ci fa presagire che in un quartiere non troppo distante una tromba d’aria sta sradicando un albero e devastando una stazione di rifornimento.
Anche sotto le coperte, non posso fare a meno di pensare all’ira del tutto immotivata di quel conducente, alla disinvoltura e alla ferocia con cui ha pronunciato frasi tanto terribili. Se avesse ingiuriato tutti i miei avi o persino avuto da ridire nello specifico sulla mia adorata mammina sarebbe stato diverso, più comprensibile; si sarebbe tutto sommato trattato di frasi fatte, battute con cui avrebbe facilmente potuto infarcire il canovaccio dell’arrabbiatura. Invece il suo odio sembrava ben radicato, proveniva da lontano.
Provo a cercare una spiegazione e a pochi giorni da una tornata elettorale dall’esito nefasto mi viene sin troppo facile dedurre che si tratti quella figura d’uomo dai bassi istinti, privo di ogni empatia per il debole e sempre pronto ad accusare il poveraccio di turno per i propri guai altrimenti nota come “elettore della Lega”. Un’ipotesi più che probabile. Mi tenta a lungo, ma non mi convince. Incasellandolo in uno stereotipo, evidentemente, mi resta solo l’illusione di averlo compreso. Il tarlo permane.
No, sul serio, come si fa a scegliere come propri rappresentanti un branco di sciacalli ignoranti? Come può farlo un italiano nato al di sotto della linea “Roma ladrona”, fino all’altro ieri considerato perfetto esemplare di buono a nulla, capro espiatorio di tutti i mali della verde Padania? Continuo a pensarci anche il mattino seguente, cose del genere mi danno ai nervi.
Mi indispettisce non meno il giovanotto che ha appena gettato per strada un biglietto fatto a pezzettini e ancor di più il genitore al suo fianco, che continua a parlargli come se niente fosse. Probabilmente lo stesso tipo di persona che butta dal finestrino la plastica attorno a un nuovo pacchetto di sigarette; la stessa gentaglia, suppongo, che lascia in giro la propria spazzatura ad ogni angolo del mio quartiere. Vorrei fermarli, vorrei richiamarli, vorrei raccattare i pezzetti di carta e restituirglieli; ma esito e l’istante passa. Troppo tardi mi sopraggiungono le parole esatte che avrei potuto dire. Così inghiotto.
Ma quanto a lungo si può sopportare? Da una finestra traboccano in strada le urla smodate di un litigio di coppia mentre poco più avanti una signora inveisce contro il proprio cucciolo, strattonandolo malamente a più riprese. Tollero sempre meno gli arroganti e i prepotenti, i furbi di ogni specie che si avvalgono della forza per imporsi sugli sprovveduti. Anche perché spesso questa forza non corrisponde a un valore, ma è data semplicemente da una posizione di vantaggio come magari il più abbietto anonimato della rete, che consente ai frustrati minacce e violenze verbali, concede a chiunque di spargere malevolenza e bugie e dà persino ai più incompetenti libertà di parola su temi capitali come la salute pubblica.
Mi avvio verso il parcheggio ribollendo d’ira nei confronti dell’ennesimo mentecatto che sui social auspica più naufragi di migranti e alle donne che gli rispondono augura stupri ad opera di negri. Maledetti subumani, mi mandano in bestia con le loro logiche meschine e il manganello sempre in pugno; si credono padroni del mondo e degli altri se ne fottono. Come questo stronzo che sta parcheggiando in seconda fila impedendomi di uscire. Basta, questo è troppo.
Adesso lo raggiungo e lo sgozzo.

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