LE COMUNITA' PER MINORI: COSA VOGLIAMO SAPERE E COSA NO (di Annalisa Bonifacio)



ANNALISA BONIFACIO è una contraddizione in termini. Calabrese d’origine, ha vissuto a Parma, dove si è laureata in Lettere Moderne, per poi trasferirsi in Valcamonica , dove attualmente vive e lavora come educatrice in una comunità per minori con procedimenti penali in atto. È laureanda in scienze dell’educazione, collabora come volontaria con le Cooperative Sebine e Camune che gravitano attorno al mondo della disabilità e dell’emarginazione sociale.  Intanto studia per diventare insegnante di yoga. Nel corso degli anni ha abbandonato l’idea di fare l’insegnante, per lo meno “tra i banchi”.


LE COMUNITA' PER MINORI: COSA VOGLIAMO SAPERE E COSA NO.

Vivo in Val Camonica da quattro anni e ho operato su me stessa un innesto per talea che ha dato un’infiorescenza rigogliosa, tipo quelle delle piante grasse, ecco. Da due anni e mezzo lavoro come educatrice in una comunità per minori. Era la prima volta che mi approcciavo ad un tipo di utenza come quello di cui sto per parlarvi e l’impatto è stato una specie di deflagrazione psicofisica. Quando dico alle persone che lavoro faccio mi dicono tutti “che brava, che bel lavoro, anche a me piacerebbe fare volontariato presso una di queste strutture, ditemi cosa posso fare per voi, di cosa avete bisogno” e tutta una gran badilata di entusiasmi e buonismi che non hanno mai avuto seguito concreto. Proprio per questo sento l’urgenza di fare chiarezza, o quanto meno provarci, fermo restando che l’unico approccio veritiero a questo mondo sia entrarci dentro, passare una giornata (fatta di 24 ore e non di 8 ore lavorative) in comunità, una settimana, un mese e poi -ciascuno a suo modo- tirare le somme.

I minori vengono collocati in comunità educative per i motivi più disparati; la nostra si occupa principalmente di minorenni (e non) che abbiano commesso -da minorenni- reati penali e che per questi debbano scontare una pena, proprio come gli adulti. La giustizia minorile in Italia è basata sull’imputabilità ossia “la condizione sufficiente ad attribuire a un soggetto il fatto tipico e antigiuridico commesso e a mettere in conto le conseguenze giuridiche”, secondo l’articolo 85 del codice penale. Un minore è imputabile sopra i 14 anni; al di sotto, non è giudicato capace di intendere e di volere. Questo già ci dice che in comunità vengono collocati minori a partire dai 14 anni compiuti, ma anche oltre i 18, nel caso in cui la maggiore età venga raggiunta mentre si sta scontando la pena.

Mettiamo il caso che un 16enne commetta una rapina a mano armata - cito dalla realtà, che i perbenisti non si scandalizzino della precocità del gesto ed analizzino il dato oggettivo-; quando il minore viene fermato entrano in scena alcuni istituti di competenza, nella fattispecie:

  • -          Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM)
  • -          Istituto penale per i Minorenni
  • -          Centro di Prima Accoglienza (CPA)
  • -          Comunità Educativa

L’USSM è il primo servizio interessato, prende in carico il ragazzo e lo accompagna per tutto il suo percorso penale: si tratta di quel luogo mitologico in cui albergano creature altrettanto mitologiche come le Assistenti Sociali e le Psicologhe. Di solito, al primo arresto, il minore viene portato in CPA,  dove può trascorrere massimo 96 ore, nell’attesa che venga convalidato il fermo. Il CPA assomiglia molto alla Comunità, anche se è maggiormente restrittivo. È una vera è propria casa, in cui sono alloggiati i ragazzi in attesa di essere collocati in Istituto o in Comunità. Vi ricordate quando si diceva “se fai il cattivo ti mando in collegio?”; ecco. Solo che di religiosi ce ne sono pochi e di bestemmie tante tante.

Se il nostro solito 16 enne viene condannato dal tribunale, va in Istituto (“va in Beccaria”). In alternativa può essere disposta la misura cautelare del Collocamento in Comunità: e qui entriamo in gioco noi. Vi parlavo del CPA... ecco, la comunità è una casa, una struttura, che prevede misure restrittive, ma lavora sul lungo periodo. L’USSM chiama o scrive, chiede se c’è posto, la comunità risponde affermativamente, nel giro di pochi giorni i carabinieri scortano il ragazzo.

E adesso? Adesso il nostro 16enne si ritrova in questa casona, con altri coscritti, in cui gli vengono spiegate alcune semplici regole:

-ci si sveglia tutte le mattine allo stesso orario
-si fanno le pulizie
-si fanno le attività (lavori socialmente utili, attività interne alla struttura, scuola)
-si prepara il pranzo/la cena
-…si tenta di rimanere vivi.
L’ultima era una brutta battuta. Forse. 

Il ruolo dell’educatore in tutto questo? Un educatore di comunità ha il compito di monitorare, accompagnare, ascoltare, educare tout court questi giovani teppistelli. Il più delle volte non ci riesce. Ogni tanto sì, e sono soddisfazioni.

Quando hai a che fare con adolescenti così problematici (voglio dire, nessuno nasce delinquente, è evidente che una buona parte della recita la giocano le esperienze pregresse, gli abbandoni, le indigenze famigliari, le culture di appartenenza – pensiamo ad una cultura di clan come a quella rom – e via di seguito), cambi il tuo approccio alla vita, alla giustizia, all'adolescenza. Sono ragazzi che giocano a fare gli uomini, è una giungla quotidiana nella quale tentare di mettere ordine passa inevitabilmente attraverso lo scontro. È faticoso e richiede pazienza e dominio di sé.
I ragazzi spesso non hanno alcuna coscienza della gravità degli atti che hanno commesso, altrettanto spesso sono abusatori di sostanze stupefacenti, hanno doppie diagnosi, a volte si tratta di minori non accompagnati, altre di adottivi abbandonici.

 Sono italiani, africani, cinesi, latinoamericani, slavi. Non avete idea di quanto sia compromesso il tessuto sociale milanese e lombardo. Non ne avevo idea nemmeno io. Qua non si parla del ragazzetto che si è fatto la canna in compagnia. Qua si parla di spaccio di metanfetamine per migliaia di euro. C’è un gap assurdo tra il mondo “civilizzato” e tutto il resto. I ragazzi vivono spesso l’esperienza del carcere, quella della comunità, come un gioco, tanto sono abituati a vivere da gangster. Gomorra ci fa un baffo.

Faccio un lavoro strano. Sta a metà scuola tra la guardia carceraria, l’insegnante, la psicologa e la colf. Però è un lavoro bellissimo. Perciò dopo questa lunga introduzione, se vorrete, ve ne racconterò un pezzetto.


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