TAVOLATE DI SAN GIUSEPPE (di Marina Leuzzi)
Sono laureata in lettere classiche, da vent'anni mi occupo di canto e danza popolare salentina, ho fatto parte di varie compagnie e ho viaggiato in Italia e nei paesi del Mediterraneo. Appassionata di culture e alterità ho fatto un corso sulla mediazione interculturale e collaborato con associazioni che si occupano di migranti. Ho due bambini piccoli e sogno di tornare a praticare yoga.
LE TAVOLE DI SAN GIUSEPPE (di Marina Leuzzi)
Giurdignano. È una di quelle serate in cui non vorresti uscire, ma gli amici ti
trascinano fuori. La natura secondo le leggi cosmiche sta per risvegliarsi ed è
forse per questo che ci sferza un vento quanto mai gelido, a ricordarci che
nessun cambiamento arriva indolore. Lungo la strada principale, c'è tanta
gente, le luminarie angolari sono accese; una festa come tante. Case spalancate
e illuminate a giorno. Si entra e si esce da ogni porta in piccole file. Ma
posso entrare così nelle case della
gente? Pare di sì. Mi ritrovo in un'abitazione splendente. Vecchi mobili tirati a lucido, una lampada barocca con
enormi fiori di vetro e bordature dorate. Al centro una tavola enorme, imbandita con grandi
taralli di pane, riempiti con un'arancia o con un panetto più piccolo, cesti
di calle e anemoni azzurri, forme
artistiche di pane azzimo e una statuetta della sacra famiglia : San
Giuseppe guarda amorevole Maria, china
sulla culla di Gesù Bambino. La tovaglia è bianchissima e intessuta di
preziosi ricami. Non oso chiedere nulla.
Si esce da una casa e di fronte o a fianco ce n'è già un'altra da visitare.
La signora Uccia
vede poco, ha riconosciuto suo nipote dalla voce. Ha cominciato a fare la tavola ventotto anni
fa, quando sua figlia, malata, iniziò la dialisi. E lei, per non stare con le
mani in mano, decise di aiutarla votandosi a San Giuseppe, promettendo che
finché avesse avuto vita lo avrebbe onorato. " Certu. Osci nun bbale cchiuj, ma stae ancora su sta
terra.!" Uccia non ha ricevuto la grazia sperata, ma se sua figlia,
pur malandata, è ancora viva , ne è
certa , lo deve alla benevolenza di San Giuseppe per le sue tavole. Quando sto per andarmene mi
ferma. "Beddhra, nu tegnu nenti cu
tte dau, mai ppe rinfacciu, su spicciati
ddocentusettanta panini." Prende una lunga treccia di pane non lievitato, dai
bordi arricciati e me la regala. Rosaria, nella casa di fronte, mi spiega che
ho ricevuto il bastone di San Giuseppe, che gli fiorì tra le mani quando il
Signore volle convincerlo che Maria, non è che... abbassa gli occhi pudica. Insomma non è che aveva
fatto niente di male... Era stata annunciata !
Rosaria ha preparato la tavola per 3 persone,
ma la si può preparare per sette, nove
o tredici. Ogni tarallo di pane reca impresso un simbolo che lo lega a un santo e
al suo destinatario reale. La corona è impressa sul pane dedicato a Maria, tre
cerchi, emblema della trinità, segnano il pane per Gesù Bambino, il bastone
fiorito quello per San Giuseppe. Rosaria nel 1958 partorisce due gemelli e cade in coma. La gente
va a trovarla come si va a visitare un morto. Ma il terzo giorno si sveglia,
guarisce, e i suoi figli li può crescere lei. Così dal 18 Marzo del 1959 inizia a fare le
tavole. Il rito prevede che siano esposte nella giornata di vigila, benedette
dal parroco in processione, visitate il giorno dopo dai santi a cui sono
destinate. I santi sono persone
reali, scelte dal devoto tra amici,
parenti, vicini di casa e sono i beneficiari del pane e del cibo preparato.
Lampascioni sott'olio, stoccafisso, pesce fritto, verdura, cartellate, legumi,
finocchi. Le pietanze ricorrono simili in ogni tavola. Fino a qualche tempo fa
si usava imbandire il cibo cotto. Ora lo
si offre per lo più crudo in modo che i santi lo possano consumare con calma e
nel tempo, senza che vada perduto. Sarebbe peccato. Così, mi spiega Rosaria,
domani arriverà il suo San Giuseppe e la sua Maria, che è una donna che ha
scelto nella famiglia di sua cugina. Faranno un assaggio 'per devozione' e poi
porteranno a casa la loro porzione di lampascioni, di pesce, i pacchetti di
pasta, le bottiglie di olio e i legumi
secchi. "Il mio Gesu' Bambino è stato
sempre lo stesso per 22 anni, ma ormai gli amici lo prendono in giro - e
poi esplode ridendo - nunn'è piccinu chjui, mo' li face iddhru li
piccinni." Così lo ha sollevato dal ruolo e ha nominato un bambino di
quattro anni, figlio di vicini di casa. sola e ammette che il vicinato è la
sua famiglia. Due anni fa è stata in ospedale e non ha potuto osservare il
voto. I figli hanno cercato di dissuaderla
dal fare la tavola: si sarebbe stancata e il periodo era ormai passato, doveva
curarsi e stare a riposo. Rosaria ha preparato tutto da sola, fuori periodo, a
ottobre, e poi di nuovo nel marzo successivo.
"Certo é dispendioso, come sposare un figlio" dice, ma ne vale la pena,
perché a lei che è vecchia e invalida, a
ridosso del periodo delle tavole viene una forza tale, che impasta e frigge due
kg di pittule da sola. Una cosa mirabile che si spiega solo col diretto
intervento del santo che le infonde l'energia necessaria a svolgere un lavoro
straordinario. "San Giuseppe è l'avvocatu nostru in Paradisu" mi
spiega.
Un'altra anziana mi racconta di come, grazie alle tavole, ha
tenuto lontani i malanni dai suoi figli. Non hanno mai preso una febbre o una
medicina e d'inverno stavano a giocare
per strada in calzoncini corti. "Per
chiedere una grazia o per la gratitudine
di averla ricevuta si fanno le tavole"
mi dice una giovane donna. La travolgono, mentre mi parla, tre pargoli in corsa, uno si nasconde dietro
la sua gonna, prima che lo raggiungano gli altri.
"Io... la
grazia... l'ho ricevuta!" Sorride guardando quei marmocchi sudati, e un
loro capriccio la porta in un'altra stanza a non potermi piu' spiegare.
Arrivo in un altro salone, dove un uomo panzuto e stempiato compare
all'improvviso sotto la gigantografìa che lo ritrae giovane e impomatato, nel
giorno del matrimonio. La mia amica
scoppia a ridere. La padrona di casa è sua madre, e mi fa più domande di
quante io non riesca a farne a lei. Vuole sapere chi sono gli amici che mi
accompagnano, se uno di loro è mio padre o il mio fidanzato... che in quel
caso, sarebbe troppo grande per me, e io la rassicuro.
Nei
riti religiosi della classicità greca e
latina è prevista la possibilità per l'uomo di privarsi spontaneamente
di qualcosa, offrendolo alla divinità, per guadagnarsi la sua protezione. I doni votivi erano animali,
primizie del raccolto, quanto di più raro e prezioso offriva la natura e il lavoro dell'uomo veniva
consacrato sugli altari. Ma poiché gli dei mangiavano ambrosia e bevevano
nettare spesso erano sacerdoti, offerenti e astanti a consumare parte delle
offerte in lauti banchetti. Migliaia di
anni hanno custodito questo stesso modo di intrecciare una relazione tra l'uomo
e la divinità, passando attraverso il senso di solidarietà e la generosità,
distintivi della religione cattolica.
Entro in un'altra
casa e ci sono le mantovane gialle e la
tavola imbandita per ben tredici santi. Chi la offre parla con le comari.
Racconta che nel primo pomeriggio le ha
fatto visita una coppia. Lui ha barba lunga, stivali sporchi, lei è
scarmigliata e sciatta. Il pane benedetto lo addentano voraci, come se non
mangiassero da giorni. Oltre al cibo destinato ai santi designati se ne
distribuisce tantissimo ai visitatori perché la generosità vale di più verso gli
sconosciuti.
"Sei una mamma
bellissima" le dicono. Lei ringrazia, si schermisce, con quella modestia un po' guerriera che non si
compiace mai appieno di un complimento.
In un angolo c'è l'altarino dei defunti. Campeggia su tutte la foto di un
giovane con gli stessi lineamenti della
madre e un ciuffo fluente sul viso. Dopo un dolore del genere, questa donna ha ancora
voglia di ringraziare o 'votarsi' a
qualcuno.
Mi torna alla mente
don Angelino, protagonista nella novella ' La fede', di Pirandello. È un
giovane prete che non crede più nella religione rivelata e ha deciso di
'spretarsi'. Deve celebrare un'ultima messa per una vecchia che dopo mesi di
stenti ha raccolto una bisaccia di mandorle e noci, due galli e tre lire
d'argento. Spera di placare un santo vendicativo, in favore del figlio,
emigrato in America, e di cui non ha più notizie. Dapprima il parroco rifiuta
con sdegno, considera quello della donna un rito sorretto da ignoranza e
superstizione. Poi accetta, ma solo a condizione di non ricevere alcuna
offerta. Di fronte alla disperazione della donna che si sente offesa e tradita
nelle sue speranze, decide di assecondarla, di accettare per la sua chiesa quei
beni materiali che a lui sembrano
corruttori di spiritualità. Ma mentre veste la tonaca per la sua ultima messa
gli si rivela il senso, assolutamente umano, della sua funzione. O
perchè se l'era immaginata bella e radiosa come un sole, finora, la fede? Eccola lì, eccola lì, nella miseria di quel
dolore inginocchiato, nella squallida angustia di quella paura prosternata, la
fede! [....] E per quella fede prego', a occhi chiusi, entrando nell'anima di
quella vecchia, come in uno oscuro e angusto tempio, dov'essa ardeva ; prego'
il Dio di quel tempio, qual esso era, quale poteva essere: unico bene,
comunque, conforto unico per quella miseria. Per la miseria che è di tutti
i mortali.



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